Dino Vitola Managment

Vi racconto le origini di Vasco…

5.874

Estratto dal libro: E POI MODENA FANS…

LA VITOLA SPERICOLATA!
(Estratto dal libro “E poi Modena fans”.
In sconto ora su www.dinovitola.net)

“…La mia strada e quella di Vasco Rossi, si sono incrociate nel 1982. Mario Rapallo mi aveva detto di essere in difficoltà con Vasco: ci credeva molto, aveva provato in tutti i modi a farlo sfondare; aveva investito molti soldi. A me piaceva il carattere di Vasco: siamo entrambi dell’Acquario, abbiamo tutti e due una “pigrizia intelligente”! Mario, però, era molto sfiduciato. Lui era Direttore artistico della Carosello, con la quale lavoravo anch’io perché ero il manager di Toto Cutugno, e mi chiese di provare ancora con Vasco all’Ariston, dopo il fallimento (solo in classifica) dell’anno precedente.
Gli garantii che non ci sarebbero stati problemi, ma in realtà ce n’erano. L’anno prima Vasco aveva messo il microfono in tasca e l’aveva fatto cadere. Per l’organizzatore del Festival, il grande Gianni Ravera, era l’offesa peggiore che si potesse fare, quindi, non voleva sentir parlare di lui. Ma c’era un altro problema: non c’era il pezzo. Una sera piovosa d’estate, a Bologna, Vasco mi fece ascoltare un brano abbozzato, una ballata rock: nel testo c’erano già Steve Mc Queen e le parole “vita spericolata”.
La canzone non era finita ma mi convinceva, quindi gli dissi che se l’avesse completata non avrei avuto problemi a farla accettare a Sanremo. Mi chiese se ero sicuro: perché per lui era una canzoncina sino a quel momento. Poi chiamai subito Rapallo per dirgli che Vasco aveva un minuto di un pezzo che era una bomba. Alla fine, Vasco mi diede un provino su cassetta: da brivido. Scherzando poi mi disse: “Se succede quello che dici tu, sarai la mia Vitola spericolata”!
Avevo appuntamento con Ravera a Rimini. Gli lasciai due cassette: quella di Vasco e una con “l’Italiano” di Toto Cutugno. Arrivai di sera: Ravera dormiva, e quindi gli scrissi un biglietto sulle cassette, senza specificare il nome dei cantanti. La mattina mi telefonò. Pensavo che fosse successo qualcosa di grave. Fui vago, perché aveva avuto problemi anche con Toto. Di “Vita spericolata”, dissi che il cantato era fatto dall’autore, ed era solo un provino: temevo anche che non gli piacesse il testo. Comunque, la melodia gli andava bene. Lo convinsi, dicendogli che era un successo sicuro. Quando andai da Ravera, per il sì decisivo, gli feci sentire la cassetta con la registrazione completa. Per lui andava meglio, però il canto… gli ricordava qualcuno! In quel momento dissi che era provvisorio ma non era vero: quello invece era proprio il modo di cantare di Vasco, probabilmente uno dei motivi per cui poi ha avuto tanto successo. Ravera era uno da Claudio Villa per intenderci, quel tipo di voci lì, ma era uno che di musica ci capiva, sapeva riconoscere una grande canzone. Alla fine, quando gli dissi che si trattava di Vasco, mi rispose che dovevo prendermi io la responsabilità. Inoltre, Ravera voleva sapere come si sarebbe vestito per la serata sanremese. Io, lì per lì mi inventai che aveva in mente di mettersi uno smoking rock, alla Beatles, ma con le scarpe da tennis. Ravera mi fermo subito, e disse che avrebbe ordinato al regista di non riprendere mai i piedi di Vasco! Ravera si raccomandò un sacco di volte prima della fatidica serata: “Alle prove puntuale, altrimenti io e te abbiamo chiuso!”.
In realtà, eravamo già d’accordo con Vasco, Rapallo e Guido Elmi, che alle prove non si sarebbe proprio presentato: volevamo che la gente si chiedesse dove fosse. A Sanremo, avevo la sfiga di stare al Royal, l’albergo dove risiedeva anche Gianni Ravera. Quando quest’ultimo uscì la mattina e mi trovò, era tutto agitato, e mi investii: “Sei un mascalzone, dov’è quello lì?” Io feci finta di cadere dalle nuvole. “Ma chi?”; “Come chi?” rispose stizzito Ravera. “Quello stronzo, come si chiama Vasco Rossi?”.
Io tergiversai, poi gli dissi che stava arrivando. Ipotizzai un contrattempo con l’auto. Poi me sono andato a mangiare a Montecarlo, perché cosa potevo fare lì?! Quell’anno al Festival c’era Dori Ghezzi, con ‘Margherita non lo sa’ e Fabrizio De Andrè. Dormiva nell’albergo in cui doveva stare anche Vasco, e Fabrizio, parlando, mi chiese di lui: era incuriosito. Si sono conosciuti proprio in quell’occasione: è lì che nacque l’amicizia tra i due. Fabrizio è stato uno dei pochi a incoraggiarmi, a capire che Vasco, era un artista forte: ecco, me lo dicevano lui, Claudio Cecchetto e Toto Cutugno. Ricordo invece un giornalista del quale non faccio il nome, che mi disse: “Ma dove vai con questo scemo. Non farà mai niente nella vita”.
Prima di Sanremo, chi ci pensava di andare nei palasport!? Una delle prime richieste di Vasco è stata quella di fare un concerto più a Sud di Pescara. Comunque, per il Tour stabilimmo un prezzo altissimo per l’epoca, sui sei milioni a serata. Dopo Sanremo, chiedo alla mia segretaria com’è la situazione. E mi risponde che vogliono tutti Vasco, che non sa più dove girarsi. Decido allora di far dire a tutti che volevamo dieci milioni come minimo garantito: cioè, i primi dieci milioni sono nostri, e il resto si divide con il gestore. È stata una delle prime volte in cui si è applicato questo tipo di percentuale. La domanda non si fermava. Allora per arginare tutte le richieste, ho alzato il prezzo. Dopo qualche giorno, arrivammo a sedici milioni. E il Tour ancora doveva cominciare.
Al momento di chiudere il contratto, Vasco mi dice che per vivere gli servono venti milioni al mese. Mi sono ritrovato contro l’avvocato, i commercialisti, la mia famiglia e tutti quelli dell’ufficio, tutti! Mi davano del pazzo a concedergli tutti quei soldi, ma io ci credevo. Poi gli ho dato quei venti milioni al mese e lui era contentissimo. Il patto era che prendesse quei soldi e basta, niente cachet per i concerti. Dopo qualche serata, mi dice che mi deve parlare; mi chiede di dargli cinquecentomila lire a concerto, alla fine gli propongo un milione a concerto, perché ho capito che gli serviva un incentivo. Certo, aveva venti milioni di stipendio, ma se li mangiava subito. Ormai faceva un po’ la rockstar, e poi era anche generoso. Se andava a cena, pagava lui per tutti (se non c’ero io)! Dopo altre quattro, cinque serate, il mio collaboratore mi chiama e mi dice che Vasco vuole parlarmi. Gli rispondo di prendere ancora tempo per un paio di concerti.
Quando vado a trovarlo a Firenze, Vasco mi chiede cinquecentomila lire in più. Insomma, arrivo a due milioni a concerto. Lui è contentissimo e mi chiede anche un anticipo di dieci milioni perché aveva visto una Maserati che voleva comprarsi.
Dopo Firenze, la solita storia: mi fa chiamare dicendo che i soldi non bastavano mai. A quel punto proposi a Vasco un’associazione in partecipazione alla pari: io anticipavo le spese che poi avrei recuperato sull’incasso e il resto l’avremmo diviso in due. Però, niente fisso di venti milioni. Da quel momento abbiamo fatto al cinquanta percento.
Mia figlia tempo fa trovò una foto cartolina dell’epoca, dove lui aveva scritto di suo pugno “Vado al Massimo, Bollicine e Vita spericolata”. È un segno dell’umiltà dell’uomo: aveva paura che non lo identificassero, per cui aggiungeva i titoli delle canzoni. Devo avere anche una cassetta dove c’è un pezzo fatto da Vasco e Zucchero insieme: in quel periodo lavoravo anche per lui. Quando andò a Sanremo l’ultima volta nel 2005, come ospite, mi chiamò. Mi anticipò che mi avrebbe ringraziato e mi invitò a raggiungerlo dopo in albergo. Guardai la sua apparizione, ma non disse niente di quello che aveva preannunciato. Andai comunque a trovarlo e lui si stava facendo intervistare: c’erano diversi giornalisti esteri e italiani. Quando mi ha visto, si è scusato con tutti ed è venuto a salutarmi; ha detto a tutti che senza di me non sarebbe stato lì a farsi intervistare; esagerò anche, ma lui è sempre stato uno generoso. È sempre rimasto colpito dal fatto che non gli ho mai chiesto niente. E che dovevo chiedergli?!? Per fortuna, non ho bisogno. Scherzando, alla fine della serata, gli dissi che se un giorno dovessi diventare povero, potrebbe fare un concerto benefico per me. Lui ci rise su e ci salutammo… Avevamo già scritto la storia!!!”

Dal libro: www.dinovitola.net

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.